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Sabato, 11 Dicembre, 2010

La Majella - Abruzzo


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majella_1.jpgIn fatto di montagne, l’Abruzzo è sicuramente un fazzoletto d’Italia privilegiato. In fondo, con due soli grandi massicci, questa regione può offrire, a chi ama la natura alpestre, tutte le possibilità di azione e di conquista, e la scoperta dei panorami piú diversi, compreso - nel gruppo del Gran Sasso - un vero e proprio ghiacciaio. Quello che manca al Gran Sasso, lo offre la Majella, che è addirittura una montagna doppia, non nel senso che sia traditrice e ambigua, ma proprio perché la Majella è due montagne in una. La geologia, la geografia, il caso e un po’ anche l’uomo hanno contribuito a far sí che, in ogni sua caratteristica, in ogni suo aspetto, in ogni sua apparenza, la Majella offra due facce diverse e spesso addirittura contrastanti. Vista da lontano, non si può dire che sia esaltante, con quel suo profilo senza slanci verticali che la rende simile a un panettone mal lievitato, ma a scoprirla passo dopo passo, sia girandole attorno alla base, sia percorrendone la grande cresta, si scoprirà che poche montagne sono tanto lavorate, tormentate e incise come questa gigantesca catena che si snoda per circa 35 km. Le due estremità - ecco un altro caso di “sdoppiamento” - affondano in ambienti del tutto diversi: a nord la Majella si affaccia sui colli di Chieti, sulla piana di Pescara e sull’Adriatico; a sud, l’ultima vetta della Majella, l’isolato Monte Porrara (2136 m), si salda invece al corpo centrale dell’Appennino Abruzzese.
majella_2.jpgI confini del massiccio sono completati a nord-ovest dal Fiume Pescara, a ovest dalla Valle dell’Orta e da grandi ripiani carsici (Campo di Giove, Pian Cerreto, Quarto S. Chiara) e, infine, a est dal Fiume Aventino, affluente del Sangro. Ma non solo nord e sud si differenziano sulla Majella: a ovest (con la sola eccezione della cosiddetta Macchia di Caramànico) la montagna scende a valle compatta e omogenea, mentre a oriente è frastagliata, incisa e spaccata da spettacolari fenditure, da orridi profondissimi con pareti a picco che sfiorano quasi i 1.000 m, e da ciclopiche frane. Vicino a Lettopalena c’è un piastrone di roccia slittato a valle venendo via dalla montagna, proprio come una tegola si sfila da un tetto: ma questa “tegola” ha una superficie che raggiunge 1 km2! La Majella fa le cose in grande. Con tanto spazio, ecco che c’è posto per altre due Majelle: di oggi e di ieri. La Majella di oggi è quella turistica, con i suoi nuovi villaggi, i suoi alberghi e i suoi impianti per lo sci. È tutta concentrata (e lí deve restare, se si vuole salvare l’equilibrio naturale) in due sole zone: a Tavola Rotonda (2.403 m) dove arrivano la cabinovia e le sciovie di Campo di Giove (1.064 m) e, soprattutto, all’estremità nord, nella zona di Passo Lanciano (1.306 m), Mirastelle (1.240 m), Fonte Tettoni (1.680 m) e Majelletta-Blockhaus (1.998 m) dove arrivano gli ski-lift piú alti di questo settore. È anche, grosso modo, il percorso della S.S. n. 614, che è un belvedere di 24 km (da Pretoro al Blockhaus) aperto su immensi orizzonti che scavalcano a sud il Gargano e a nord i Monti Sibillini, per dilatarsi, a oriente, fino al mare della Dalmazia.
majella_3.jpgAl Blockhaus, con la strada, finisce anche la Majella moderna. Già con il Blockhaus si entra nella storia: lo strano nome esotico di questa cima a tronco di cono (2.142 m), contornata da bellissimi pini mughi, è dovuto al fatto che vi sorgeva un fortino di pietra (se ne vedono ancora i ruderi) che serviva da base ai bersaglieri impegnati, nella seconda metà del secolo scorso, nella lotta al “brigantaggio”, prima squisitamente politico, di alcune bande di Borboni e, piú tardi, degenerato in banditismo vero e proprio. Il comandante di quei bersaglieri era di origine austriaca e, nella sua lingua, volle battezzare la casa fatta di sasso: da allora, questa montagna d’Abruzzo si chiama Blockhaus. Da qui in avanti c°è la Majella di ieri e di sempre: il caotico anfiteatro naturale delle Murelle, le balze scavate a Sella dei Tre Portoni con i loro mozziconi di antiche guglie devastate e infrante, la Valle Cannella, modellata da antichissimi bacini glaciali e crivellata di doline come un angolo di Carso, e, infine, le due vette piú alte di tutto il massiccio: il Monte Acquaviva (2.737 m) e il Monte Amaro che, con i suoi 2.793 m, è il culmine estremo della Majella e la seconda cima di tutto l’Appennino, dopo il Corno Grande del Gran Sasso d’Italia. Da quassú si domina tutta la gigantesca groppa: il panorama è di una grandiosità austera e solenne. Non è facile descriverlo; forse, piú vicino di tutti è andato chi ha elencato alla rinfusa, proprio come la Majella lo offre, un caos di rocce, selve, dirupi, pascoli, nevai, pianori, orridi e ghiaioni. A sud, Monte Amaro si affaccia poi sulla piú desolata delle alte valli: la desertica, vastissima dolina di Femmina Morta. È stato giustamente detto che tutta la parte centrale della Majella “ha l’aspetto di un’immensa rovina, dove anche le cupole emergenti sembrano affogare”: in realtà, quassú, la montagna ha un volto devastato e antico e non sono soltanto i nomi di Monte Amaro e di Femmina Morta a dare un brivido di sottile tragicità. Si capisce come la Majella abbia colpito, da sempre, la fantasia delle sue genti; non ha importanza quello che dice la scienza: chi guarda la Majella non ha difficoltà a credere che possa essere vero quello che gli Abruzzesi sostengono e che questa sia stata proprio la prima montagna d’Italia a emergere dal mare in un’antichissima preistoria.
majella_4.jpgSi capisce anche come Plinio l’avesse definita “padre dei monti” e le canzoni dialettali la chiamino “montagna madre”. In realtà, padre o madre, non ha importanza: nell’inconscio degli Abruzzesi, anche oggi, la Majella è soprattutto una divinità, tanto che qui si dice ancora, come esclamazione, “per la Majella”! Oggi, è una divinità abbastanza facile da accostare: da Passo Lanciano alla cima i segnavia sono perfetti, i sentieri facili e ci sono quattro rifugi per tutte le esplorazioni e le avventure possibili. Il Rifugio Paolucci (1.350 m), il Rifugio Pomilio (1930 m) poco prima del Blockhaus, il bivacco fisso Carlo Fusco (2445 m), base indispensabile per quella bellissima palestra di roccia che sono le pareti delle Murelle e, infine, poco piú di 150 m sotto la vetta di Monte Amaro, c’è il Rifugio Manzini (2.620 m), che non ha custode, ma è aperto a tutti come ricovero d’emergenza ad alta quota. Poi - la Majella ha sempre due facce - c’è la montagna di sotto, dove gli alpinisti lasciano il posto agli speleologi: i fenomeni carsici hanno creato imponenti cavità sotterranee. La piú celebre di tutte è la Grotta del Cavallone o della Figlia di Jorio, nella Valle di Tarantola e di Lama dei Peligni, sul versante orientale della montagna. Scoperta nel Seicento, è diventata famosa molto piú tardi, quando il pittore abruzzese Paolo Michetti ne utilizzò appunto l’immagine per lo scenario del secondo atto della Figlia di Jorio di Gabriele D’Annunzio, anche lui figlio di questa terra. La grotta si apre a 1.357 m; la via che vi conduce e il suo ingresso sono imponenti. C’è una fantastica scalinata, in parte intagliata nella roccia viva (174 gradini), e c’è un’apertura in piena parete che è un immenso finestrone, largo 15 m e alto 30. Esplorato per 1.300 m e in gran parte alla portata di qualsiasi turista, l’abisso si articola in un fantasmagorico scenario di gallerie, di strettoie, di ramificazioni e di duomi sontuosi, alti fino a 8o m. Altre grotte famose sono quella del Bue, quella Nera nella Valle di Pennapiedimonte, la Grotta Canosa sotto Monte Amaro e la Caprara sul fianco di Monte Cavallo. Basi di partenza per queste grotte, per l’alta montagna e per le traversate da versante a versante sono un po’ tutti i paesi che circondano il massiccio: Pennapiedimonte, Lama dei Peligni e Taranta Peligna, Fonte Romana (da Pacentro e da Campo di Giove), Palena, Fara S. Martino, S. Eufemia a Majella e Roccarnorice, verso la valle selvaggia del Fiume Orfento. Lungo tutti questi sentieri s’incontra un’altra Majella ancora, la Majella che vive. Vive, prima di arrivare sulle creste desolate, nel profumo delle sue erbe aromatiche, nel colore dei suoi mille fiori quando esplode la primavera, e nell’intricata foresta nana dei mughi. In alcune piccole oasi alligna un’altra autentica rarità: il pino nero che, nell’Appennino, cresce spontaneamente soltanto qui e nel Parco nazionale d’Abruzzo. Vive, infine, la Majella, nella sua fauna che, nella zona intatta della montagna, e ancora ricchissima, piena di lotte per la vita e di voli multicolori: qui si aggira ancora qualche lupo e in alto volteggia l’aquila reale, ma le praterie e i boschi sono egualmente pieni di volpi, di lepri, di martore, di scoiattoli, di lontre, di ghiri, di tassi, di istrici buffi e simpatici; nel cielo sfrecciano ancora fringuelli, capinere, coturnici, pettirossi, gracchi corallini, picchi muraioli, rossi e neri come minuscole bandiere, e tanti e tanti altri abìtatori delle piú segrete pieghe della montagna. Se non sarà l’uomo a distruggerlo, è un mondo che durerà: su di esso, immensa e maestosa, veglia “mamma Majella”.

Come si sono formate le montagne
I movimenti della crosta terrestre provocano corrugamenti degli strati rocciosi sia superficiali sia profondi, che portano ad affondamenti ed emersioni: cosi nascono le catene montuose. Nel disegno si vede come, alla struttura del paesaggio in superficie, corrispondano particolari fenomeni negli strati rocciosi sottostanti. Le montagne “a blocchi di faglia” si formano quando blocchi rocciosi si sollevano, si spezzano e si inclinano; quelle “a pieghe” sono provocate da corrugamenti per compressione; quelle “a cupola” sono inarcamenti dovuti ad ammassi di materiale sotterraneo (il tratteggio, nel disegno, indica le rocce asportate dall’erosione). Il corrugamento che originò l’Appennino avvenne nell’Era cenozoica, nel corso del Miocene e del Pliocene, da 2 a 20 milioni di anni orsono.
montagne_2.jpg


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